Quattro bombardieri americani negli abissi dell’Argentario

Una sirena lenta e dannatamente lugubre si alza improvvisamente nel cielo. Ondate di fuoco che si rincorrono a pochi secondi l’una dall’altra. Esplosioni violente, bagliori accecanti, boati terribili. Immense colonne di fumo nero come la pece. È il primo bombardamento che travolge il paese di Porto Santo Stefano, durante la seconda guerra mondiale. Il bilancio di quell’8 dicembre 1943 è di 34 vittime e un numerosi feriti. Ma la scena è destinata a ripetersi per altre 94 volte, fino a quando, l’ultimo bombardamento arriva il 7 giugno dell’anno successivo. Da quel momento i tedeschi si preparano alla ritirata.

Con il passare dei giorni le incursioni anglo-americane si fecero sempre più frequenti, fino a raggiungere un ritmo giornaliero. Nell’ultimo periodo, la zona venne colpita anche più volte nell’arco di 24 ore. Così nel giro di pochi mesi Porto Santo Stefano, da “piazzaforte” e centro di rifornimento per le forze tedesche, con le maggiori basi navali del Tirreno, si trasformò nel secondo paese italiano più devastato dalle bombe anglo-americane, dopo Cassino.

Tra le vittime delle battaglie avvenute davanti agli occhi del promontorio dell’Argentario, vi furono anche numerosi piloti Usa. Dispersi in azione, inghiottiti proprio dalle acque del Mediterraneo. Senza fare mai più rientro in patria.

Ma dove si sono perse le loro tracce? E che fine hanno fatto i caccia su cui viaggiavano?
Da La Pagina Mancante emerge una nuova sconcertante verità. Gli aerei e i piloti che si inabissarono durante la guerra, sono rimasti sul fondale del mare per più di 70 anni. A decine di metri di profondità, nell’area tra Porto Santo Stefano, Orbetello e l’isola del Giglio. E i valorosi soldati americani sono ancora a bordo delle carlinghe dei loro bombardieri.

Dopo settimane di ricerche e di durissimo lavoro, il team di Patrick Scannon, presidente di Bent Prop, un’associazione di esperti volontari che lavorano per cercare in tutto il mondo gli americani scomparsi in guerra, ha finalmente localizzato i relitti di quattro “fortezze alate” degli Stati Uniti, disperse durante la seconda guerra mondiale.

Si tratta di un A-20 Havoc, un caccia notturno leggero, un B-25 Mitchell, uno dei migliori bombardieri medi, un B-26 Marauder, il “Predone” e, infine, un B-24 Liberator, un cannoniere pesante, quadrimotore, il più costruito negli Anni Quaranta.
Con loro, sono stati ritrovati anche i resti di 17 aviatori americani che costituivano l’equipaggio, ma le loro identità non sono ancora state rese note.

A rivelare la posizione dei relitti fonti militari del ministero della Difesa americano. Ma non sarà la squadra di Bent Prop a recuperare direttamente gli aerei. Toccherà alle istituzioni americane farlo e restituire alle famiglie i loro cari, le quali potranno celebrarne i funerali di Stato.

La scoperta della Bent Prop – la prima italiana – si inserisce tra le operazioni di “Project Recover”, un progetto statunitense coordinato da Scannon, che ha come scopo quello di rimpatriare i militari americani dispersi in mare.
Solo nelle acque italiane, si troverebbero più di 400 bombardieri caduti in guerra. I luoghi in cui vengono effettuate le ricerche sono scelti in base a una lista delle autorità militari.
Sono già 28 le operazioni portate a termine dal progetto statunitense in 13 Paesi, durante le quali sono stati rinvenuti 20 esemplari di aerei americani, legati alle storie di circa 80 piloti dispersi in guerra.
La prossima tappa italiana potrebbe essere in Sicilia, dove si troverebbero numerosi aerei dispersi in fondo al mare.

In collaborazione con Michela Cattaneo Giussani

La redazione della Pagina Mancante
Alessandro Cracco
@alessandrcracco
Matteo Cappella
@mrcape1

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