I sottomarini nucleari abbandonati. Kola: ritorno alla base

L’immagine della luna riflessa nelle gelide acque della baia di Kola si fece traballante. Quello specchio perfettamente liscio iniziò ad incresparsi, scomponendosi e spezzandosi in mille frammenti luccicanti. Prima lentamente, in silenzio, poi accompagnata da un crescente gorgoglio, simile a quello dell’onda di risacca. La quiete dell’acqua veniva turbata da una presenza ingombrante: una sagoma scura che provava senza grande successo a nascondersi nella notte. Un gigantesco profilo tondeggiante, che affiorava lento, emergendo con decisione dalle profondità del Mare di Barents. Un mostro marino nero, nel cui stomaco brontolava la più devastante delle potenze: quella nucleare. Un’arma letale, la cui progettazione non aveva minimamente tenuto conto degli effetti collaterali dell’usura e del passare degli anni. Il tempo di completare l’emersione e il Capitano Borimir Rybakov uscì dal portellone, ammirando le rotondità del suo Classe Akula. Fiero e deciso, il sommergibile si dirigeva col passo dei 20 nodi verso la base di Murmansk, quartier generale della Flotta Russa del Nord.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica era già in atto da mesi e l’ordine di rientro era stato dato a quasi tutti i 140 sottomarini nucleari che componevano l’11° e 12° Squadrone Subacqueo. Molti i Typhoon, gli Oscar II e Victor III, che come i tanti della Classe Akula, sarebbero stati radiati in un tempo non meglio precisato. Ma era stato subito evidente che non ci fossero i fondi necessari per uno smantellamento generale. Troppo costoso e complicato il trattamento delle molteplici scorie prodotte dai reattori di questo tipo di sofisticati sottomarini. Ormai non c’erano più i soldi nemmeno per effettuare le riparazioni più semplici, figuriamoci per un rimessaggio che limitasse i rischi di quei devastanti residui radioattivi, solidi e liquidi. Con lo sfacelo politico dell’Unione Russa e il declino delle sue forze armate, anche la sorveglianza dei porti militari, dei cantieri e delle città chiuse, nei dintorni di Murmansk, lasciava ormai a desiderare.

Il Capitano Borimir sapeva di non poterci fare nulla e gli ordini non erano in discussione: dicevano con sintetica chiarezza di ormeggiare, alla svelta, quelle 9.000 tonnellate di stazza lorda. Oltre 100 metri di scafo nero e opaco, con 40 missili operativi al suo interno, da consegnare alla base prima di congedare con una pacca sulla spalla i 62 marinai dell’equipaggio. Un ritorno a casa anticipato, che ormai da mesi rimbalzava come le onde dei sonar, tra gli scafi dislocati nei mari di mezzo mondo. Borimir si sarebbe preso qualche giorno di congedo, prima di confrontarsi con i superiori per capire la piega che avrebbe preso la sua carriera militare. Pronto a lasciare il timone, ma non prima di aver bevuto un ultimo shot di vodka guardando malinconico quel gigante che solo in parte spuntava dal pelo dell’acqua.

Senza poter immaginare la pagina mancante di questa storia: infatti, dagli anni ’90 ad oggi, buona parte delle unità nucleari operative nella Flotta sarebbero rimaste lì immobili. Ormeggiate e abbandonate, in balia della ruggine, dei furti dei pescatori a caccia di ricambi, e soprattutto dell’usura del tempo. Un nemico implacabile, capace di intaccare quei reattori immersi nell’acqua, pronti a trasformarsi in bombe ecologiche. Potenzialmente più devastanti delle testate armate che un tempo trasportavano. Una situazione che ancora oggi richiede un intervento urgente, in cui anche l’Italia è fortemente coinvolta. Continua…

Matteo Cappella
@mrcape1

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